La poesia di Carmelo Scorrano

La poesia non si può annoverare tra i prodotti di mercificazione. Indubbia è la sua valenza e utilità morale, sociale e civica in ogni epoca storica. Il poeta, chiamato a indagare sui destini imperscrutabili dell’uomo, è alla ricerca di una salvifica certezza per sopravvivere al vuoto e al nulla, specie in tempi eticamente miseri, miopi e sordi, distratti da altri miti figli di un dio minore, da noi alieno e lontano.
Meritevole è il contributo che ci offre Carmelo Scorrano, capace di scandagliare il tema della vita tra ricordi e valori del passato. Che sia un autodidatta lo si evince dalla prosa, mai costruita o artificiosa, ma spontanea nella sua incorrotta ingenuità, in cui forma e sintassi testimoniano della genuina, sobria naturalezza, senza lima per suscitare interesse. Poesia semplice, povera di fronzoli letterari con versi che partono da una preparazione non umanistica, radicata nella tradizione popolare del panorama post-moderno. Echi, ritmi, risonanze, assonanze attestano quanto le neo-avanguardie culturali facciano tuttora fatica a staccarsi da fortunati canoni letterari e districarsi tra schemi maturati nell’alveo tracciato dall’universo letterario del XX sec.
L’orizzonte poetico di Scorrano ribadisce un’adesione decadente sia per una visione patetica dell’esistenza sia per le tematiche incentrate su esperienze affettive personali, all’interno di luoghi noti, accanto a visi confidenti, tra episodi familiari. Tema ricorrente è la vita filtrata tra ardite metafore in un muoversi nel tempo, nello spazio e nel mistero. L’effetto è di una sostanziale a-temporalità ove si annulla sul piano della memoria e della fantasia la separazione sogno-vissuto, realtà-illusione, nella consapevolezza non tanto dell’incapacità quanto dell’impossibilità di superare le antinomie dell’essere, che si sostanziano nelle pulsioni profonde dell’anima.
Il poeta si mostra abile regista d’immagini popolari custodite nello scrigno dei ricordi, ma pure padrone, in un lessico naturale, né colto né forbito, del sottinteso, del non detto, là dove si nasconde il sogno, tra finzioni e illusioni perenni. Il suo mondo immateriale, stravolto e non più a misura d’uomo, è davvero passato ed ora che è lontano gli è difficile riconoscersi, per quanto mutato e alienato. Vari i suoi simboli: suoni, profumi, colori, luci, tra l’arcano e l’ignoto del mistero, nella bellezza di natura da cui fatalmente è attratto e di cui è parte integrante in armonia col creato e con la memoria storica che emana dall’interno delle mura medievali della “perla dello Ionio”, l’amore assoluto. È l’unica sua certezza per cui vale la pena ancora sperare, solo però se sarà capace di rinvenire la chiave per superare i drammi dell’esistere imprigionato in una realtà modificata, in attesa di rivedere intatte le esperienze del suo vissuto con le bellezze dell’infanzia e i valori del passato.
Altro tema dominante è la categoria del tempo nel suo divenire, nel suo fluire effimero, incessante, nella sua fugacità impercettibile ma fragile. Contro il sentimento dialettico del tempo si oppongono e poi tentano di frangersi le dolci illusioni oniriche per non esaurirsi mai né mai finire, ancorché il solo ricordarle sia malinconia. Poesia intrisa di solitudine esistenziale, espressa in un linguaggio teso alle angosce e soffuso di silenzi tra scarne aggettivazioni, sofferte astrazioni, indovinate perifrasi, forti ossimori, trasparenti sinestesie a definire sentimenti, affetti, passioni, patimenti di fronte al male di vivere la quotidianità nel malinconico rifiuto di accettarne gli esiti, nel mortificante disagio dell’anima, nell’indifferenza generale (l’ultima lirica Rraoggi te jentu). Brevi e rari gli sprazzi luminosi, scorci influenti a darci un’idea compiuta della poetica pregna di studiate corrispondenze simboliche.
Ma il nostro poeta, maestro di morale e cantore di sogni e illusioni, come dell’infinito silenzio, è consapevole di cantare al vento, quasi inascoltato. Ma non sarà vano il suo canto, sebbene senta di essere alla fine, lasciato solo da tanti che più non ritrova lungo il cammino, ora che è al tramonto. Ignorato dagli altri, popolo d’ignoranti, non nasconde la sua amarezza. Se sulla terra il poeta è solo di passaggio, crede però in un’altra dimensione che di certo verrà oltre il nulla. L’intellettuale oggi è un essere isolato e persino inutile in una società consumistica distratta da disinganni e disvalori, il poeta resta ancor più solo con se stesso, in esilio con la sua anima, un’ombra solitaria che, tra la nebbia leggera del mistero del nulla, nulla davvero può sentire o scoprire e nulla può comunicare là dove non c’è luce né spiraglio remoto di speranza.  
Le immagini liriche e mitiche dei versi, nello stesso tempo così mediate e istintive, possono veramente incidere con forza sul cuore dell’uomo medesimo, più della filosofia o della storia. La poesia, responsabile quand’è perfetta, è destinata a tradursi in etica, in quanto linguaggio autentico dello spirito. Se appartiene a buon diritto alla categoria dell’etica, è essenzialmente didascalica proprio per la sua resa di bellezza. “Un poeta - sentenziò Quasimodo nel 1956 - è tale quando non rinuncia alla sua presenza in una data terra, in un tempo esatto, definito politicamente”.
L’opera di Scorrano presenta molteplici tematiche in lingua e in vernacolo, in poesia e in prosa. La prosa in lingua è dedicata a temi eterogenei: il ricordo di un amico, la favola del poeta e la natura, la Santina di Gallipoli (Lucia Solidoro), il rammarico di sentirsi impotente a salvare l’antica città in un “abbandono di assoluto degrado”, i “Caduti del mare” di Tony Casole, il fascino dell’isola Sant’Andrea, il rifugio negli affetti privati, il recupero della tradizione, il lamento per le sorti del castello, il significato del Natale, la passata giovinezza, i giochi dell’infanzia, i vecchi amici “tutti core”, i sentimenti famigliari, temi riproposti nella lirica Scurisce.   
La poesia in vernacolo si esprime con versi musicali di forte impatto emotivo e nostalgico, in cui, oltre ad una varietà di argomenti (lavoro, fede, speranza, famiglia, amicizia, tradizione), il soggetto resta Gallipoli con tutto l’amore appassionato per ciò che è stato dopo il passaggio rovinoso del vento, metafora della modernità distruttrice dell’eredità avita (il borgo antico, la Purità, l’Addolorata, il falò di Sant’Antonio Abate, l’isola Sant’Andrea, le mura, il Natale con pastorale, odori e sapori).
La seconda parte contiene una singolare novità nel nostro panorama letterario: La vindetta caddhipulina, dramma liberamente tradotto in vernacolo dall’omonima opera in lingua di Sebastiano Verona,  tratta dal romanzo Roberto il diavolo del gallipolino Giuseppe Castiglione, scrittore dell‘800. In appendice, alcune pagine colorite costituiscono il capitolo dedicato a proverbi e motti gallipolini: un giusto corollario dell’intera silloge come omaggio alla memoria indelebile di Emanuele Barba. Con una scelta opportuna chiude il testo una toccante lettera, affettuosa e paterna, indirizzata all’amico Carmelo da Augusto Benemeglio, per antonomasia “l’Uomo e il mare”, il mare della sua indimenticata Gallipoli.  

Gino SCHIROSI