Una storia che non avremmo mai voluto raccontare

Una tartaruga liuto (Dermochelys coriacea) è stata rinvenuta il 20 agosto 2007 priva di vita, galleggiante nelle acque ioniche a 3 miglia dalla costa tra Gallipoli e S. Caterina, su segnalazione del Sig. Andrea Costantini, del Diving Center di S. Caterina.
Dai contatti avuti con alcuni pescatori e con lo stesso segnalatore si è potuto accertare che l'esemplare era stato ritrovato in reti del tipo "giapponese" utilizzate per la pesca costiera.
Dato l'insolito ritrovamento di un esemplare appartenente ad una specie molto rara per le acque italiane ( come si può desumere dai resoconti annuali che il Centro Studi Cetacei pubblica dal 1998 sulla Rivista Atti della Società Italiana di Scienze Naturali e che riporta tutti i ritrovamenti dei rettili marini, vivi o morti, monitorati dai Corrispondenti di Zona di tutte le regioni italiane) sono stati contattatti i vari Enti pubblici locali (comune, provincia e musei) potenzialmente interessati al recupero dell'animale a scopo museale e per effettuare le opportune indagini scientifiche, procedura seguita anche in tempi passati per altri reperti. A seguito dell'impossibilità di questi enti di accogliere e musealizzare per motivi contingenti i resti del rettile marino, all'alternativa dell'incenerimento o affondamento dell'importante reperto scientifico sono stati contattati il Museo Zoologico "La Specola" di Firenze nella persona del Dott. Marco Borri e la Stazione Zoologica "A.Dohrn" di Napoli nella persona della Prof.ssa F. Bentivegna  Dirigente dell'Acquario e del Rescue Center.
Entrambi gli enti hanno dimostrato vivo interesse e pronta disponibilità ad occuparsi del recupero del grosso esemplare per poter effettuare le indagini necroscopiche mirate, tra l'altro, alle determinazione non solo del contenuto stomacale ma anche dellla mappatura genetica.
La scelta della Stazione Zoologica di Napoli (che è bene ricordare è un Ente Pubblico di ricerca  di  elevato livello, finanziato dal Ministero della Ricerca Scientifica) è stata valutata la più idonea ed opportuna dagli interessati essendo la stessa struttura considerata all'avanguardia per lo studio, la cura e la riabilitazione dei rettili marini e punto di riferimento internazionale per la formazione di ricercatori di varie università ed enti di ricerca scientifica.
La Dermochelys coriacea in questione è una femmina il cui carapace è lungo 125,5 cm e largo 93,5 cm per un peso complessio di 180 Kg. Dai dati in possesso in letteratura al riguardo il carapace di questi individui può raggiungere una lunghezza di 130 - 180 cm e un peso totale di 900 Kg.
Presente in tutti i mari ad eccezione di quelli polari (anche se alcuni esemplari sono stati visti nuotare tra i ghiacci), entra nel Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra per nutrirsi ma non vi si riproduce, conducendo vita pelagica. Nidifica su spiagge isolate adiacenti ad acque profonde, più facili da raggiungere per la sua pesante mole, soprattutto nel Sud Est asiatico, sulle coste del pacifico orientale, in Florida, in Africa occidentale, nella Guyana Francese . La deposizione avviene in stagioni diverse a seconda delle località geografiche e depone le uova più volte nella stessa stagione.
Nel giugno 2006, a largo di torre Squillace, grazie ai militari della Guardia Costiera di Gallipoli fu liberata e tratta in salvo dalle reti da posta un esemplare di maggiori dimensioni. Fortunatamente. La maggior parte delle segnalazioni è riferita a individui ritrovati morti annegati in queste mortali trappole nel sud Italia. Testimonianze fotografiche e di vecchi pescatori ricordano come a Gallipoli fino alla metà del secolo scorso venivan catturate, eccezionalmente, dalla tonnara esemplari molto grossi di Liuto.
Nell'arco ionico calabro-lucano-pugliese negli ultimi dieci anni sono state segnalate solo 4 Dermochelys, di cui quest'ultima del 20 agosto trovata morta.
La dissezione autoptica eseguita dai ricercatori della Stazione Zoologica ha messo in evidenza un sorta di tappo all'imboccatura dello stomaco con l'intestino. Questa occlusione è stata causata da pezzi di materiale plastico tra cui è stato possibile individuare una spugna sintetica di circa 25 cm (quel tipo di spugna che viene usato per lavare le auto) e grosse buste di plastica, sparsi anche nell'intestino, ed ha praticamente impedito il passaggio del materiale alimentare  che in questi animali è rappresentato da meduse e salpe. Il fegato si è presentato spappolato quasi assente essendo il primo organo che si decompone e l'intestino, in questi animali lungo 11 m, era completamente ulcerato.
Una tale situazione causata dalla ingestione subdola ed ingannevole di plastica ha creato una forte debilitazione fisica di questo esemplare di liuto che, probabilmente già morente o addirittura morto,  è rimasto intrappolato nelle reti.
La presenza di questo rettile pelagico, che si mantiene quindi lontano dalle coste e perciò raramente osservabile,  può essere messa in relazione, verosimilmente, alla enorme quantità di meduse, di cui si nutre, presenti nel Mediterraneo, soprattutto nella zona meridionale.
L'aumento della temperatura del mare può infatti provocare un aumento demografico di questi piccoli invertebrati e quindi maggiore disponibilità di cibo per la Liuto.
Nelle acque di Gallipoli già alla fine dell'inverno e nei mesi primaverili si è potuto osservare un enorme sviluppo e presenza, nella più immediata vicinanza della costa, soprattutto della medusa più "temibile" per l'uomo, la Pelagia noctiluca che, fortunatamente, però, nel periodo estivo si è tenuta al largo delle coste.
In questi decenni di monitoraggio e ricerca sugli abitanti del mare e dintorni abbiamo potuto constatare personalmente quanto sia forte l'impatto delle attività umane sull'ambiente e non solo sulle specie rare, che più di altre colpiscono la sensibilità della gente, ma anche sulle specie più comuni che impreziosiscono la Biodiversità del mare. Il 60% degli animali ritrovati erano deceduti tutti per cause di origine antropica: ingestione di materiale di vario genere in plastica, ami, reti ed attrezzi da pesca, contusioni mortali dovuto all'impatto con imbarcazioni, tracce di agenti chimici nell'apparato digerente e nel sangue.
Questo tragico evento impone delle considerazioni di ordine etico riguardante la relazione uomo-ambiente naturale ed una autocritica sul proprio comportamento è doverosa da parte di tutti. Chi va per mare ha l'obbligo morale di non lasciare rifiuti in balia delle onde e credo che sia superfluo spiegarne le motivazioni. Analogamente i rifiuti abbandonati sulla costa inevitabilmente li ritroveremo, prima o poi, riversati in mare alla mercè di tartarughe, delfini, squali... e tanti altri esseri viventi che hanno reso il nostro mare bello, produttivo ed accogliente.
Basta fare una passeggiata sull'Isola S. Andrea o lungo la costa salentina, ma anche in altri posti della nostra penisola e, dato il carattere cosmopolita della Liuto, in qualche altra parte del pianeta, per rendersi conto di quanto ancora bisogna lavorare ed insistere affinchè l'essere umano acquisti una consapevolezza del proprio ruolo sulla Terra tale da poter meritare l'appellativo specifico "sapiens sapiens".

Giorgio CATALDINI