L'arte del governare tra etica e sete di potere

RICCHEZZA E POLITICA

Chi governa ha una delega in bianco, affidata dagli elettori che determinano la maggioranza. È una formula contrattuale non notarile ma costituzionale e democratica, che, solo temporaneamente, destina all'uopo il responsabile della cosa pubblica. La voce "governante" ha un immediato riscontro nel greco kybernétés (donde "cibernetica", l'arte del saper pilotare, dirigere) e sta per timoniere, pilota. Con ardita metafora si tratta quindi di chi è chiamato a reggere il timone di una nave particolarmente complessa da pilotare in una navigazione minacciata da ben altri marosi. La rotta è disseminata d'insidie già all'esordio e si annuncia puntualmente impervia se ci si ostina a perseguire progetti personali non condivisi, che rischiano di tradire finalità faziose e univoche.
Chi governa non può non possedere popolarità, carisma, intelligenza, competenza amministrativa e manageriale, ma ha anche il dovere di tenersi lontano dal rischio di un gretto populismo, ridicolo e di maniera, con l'obbligo di concentrarsi a regolare e a coordinare con serietà le sorti di tutta la collettività. Deve guardarsi dal porre al primo posto la chimera del prestigio personale, col fine di diventare più popolare nella segreta ambizione di passare alla storia, illudendosi di poter beneficiare e avvalersi della personale ricchezza, capace solo d'inebriare. Per i politici le risorse finanziarie sono un optional effimero, non un mezzo o un salvacondotto per il successo e per la gloria sempiterna.
Chi governa ha l'obbligo di amministrare ovvero servire e non comandare con atti demagogici o d'imperio, in secondo luogo deve evitare di apparire istrione o megalomane ad ogni costo: sarebbe motivo di ludibrio per alcuni, di fastidio per altri, ma di rigetto per tutti. L'affettata tronfiezza potrebbe pure essere gradita con indifferenza, per convenienza o ipocrisia, da servi sciocchi o vassalli sciamanti. Sono comparse amorfe iscritte nel libro paga del padrone: gente misera e meschina a caccia di favori che, senza personalità e integrità morale, bivacca nella kermesse della vita politica per brigare e mestare nel torbido. Si tratta d'individui ibridi, privi di scrupoli e mossi solo da ostentato interesse, palesemente disposti con estrema facilità a vendere l'anima e le coscienze al migliore acquirente nel supermercato delle preferenze, attratti da saldi di stagione e promozioni speciali.
Chi governa deve proporsi di far funzionare al meglio l'azienda pubblica perseguendo gli interessi generali, in piena autonomia non tanto dai partiti ormai depotenziati e destabilizzati quanto dai gruppi di potere sempre più agguerriti, aprendosi per quanto possibile alla società civile e non limitandosi a rispettare gli impegni presi col proprio elettorato o con fazioni settoriali del corpo elettorale, ma neppure dimenticando che governare non significa accontentare tutti nella stessa misura.
Chi governa non deve consumare l'intera legislatura a studiare come sistemare le proprie cose e quelle di congiunti ed amici o come legiferare scriteriatamente, persino a dispetto di giustizia e fisco, fondamento di una società civile, per poi abortire in extremis "porcate" di inutili decreti unicamente elettoralistici.
Chi governa ha il dovere di tener coeso il proprio Paese a vivere in una pace sociale salda e indissolubile, senza favoritismi per chicchessia, rendendo un servizio a tutti indistintamente; e in economia questo significa "liberalizzazione", un'operazione virtuosa e giusta a vantaggio del cittadino consumatore, l'unica categoria che non è di parte, anche se taluni, di parte, mistificano la realtà e si azzardano a parlare sconsideratamente di vendetta sociale consumata ai danni dei più fortunati, quasi in una lotta contro logiche corporative. Queste norme liberali esistono da sempre in tutto il mondo, specie negli Usa e in Gran Bretagna, patria dei più famosi economisti del '700 illuminista ma anche della democrazia liberale, nata dalla Magna Charta, la Costituzione inglese delle libertà, sostanzialmente tuttora inviolata. Ma in Italia è destino che certe regole dichiaratamente liberali siano stranamente approvate dalla sinistra "illiberale" e antiamericana e viceversa osteggiate dalla destra filoamericana e "liberale".
Chi governa può aver successo solo nel rispetto dei sani princìpi democratici e in democrazia le progettualità, persino le più impopolari (come il fisco), devono mirare anzitutto a tre priorità peculiari: l'utile (garantire i servizi primari ed essenziali, i diritti inalienabili e indispensabili per una vita dignitosa), il bello (salvaguardare l'ambiente e il paesaggio, il patrimonio artistico e i centri storici) e il dilettevole (promuovere cultura, sport, spettacolo, turismo). Ma, opportunamente supportate, è preferibile avviarle quanto prima e alla grande nei primi cento giorni, per poi aver tutto il tempo, in fase d'attuazione e sperimentazione, a verificare ed emendare con ulteriori soluzioni.
Chi governa, senza essere sprovveduto, è chiamato a operare le scelte più giuste, non quelle ideologizzate o romantiche, le scelte suggestive e coinvolgenti che interessano al popolo, indiscriminatamente, senza peraltro tutelare gli amici degli amici, gli intoccabili che si annidano ovunque, anche tra le pieghe più anonime del terzo stato, la borghesia.
Chi governa, tuttavia, non deve né può essere il magnate che, ad un certo momento della storia, decide di scendere in campo quasi chiamato dal destino quale utopica o prodigiosa panacea, restando comunque irretito entro logiche di partito, dettate dalla ineluttabilità della spartizione del potere. Appare proprio così, come una sorta di messia a salvare l'umanità da una tragedia imminente, proponendosi agli occhi del confuso elettorato come l'unico rimedio al Male, alternativa necessaria e insostituibile da surrogare alla precarietà, nella falsa illusione che davvero il denaro può tutto. Se ciò per caso avviene, il nuovo capo coagula intorno a sé inevitabilmente un'agguerrita forza di politicanti, che sono arrivisti all'arrembaggio con l'unico obiettivo di proteggere o potenziare posizioni ed interessi particolari e di casta già conseguiti o altri ancora da acquisire. A far quadrato si forma uno schieramento fittizio sempre più eterogeneo, costituito da un ceto emergente di yesmen pronti a sollevare nuvole d'incenso: una classe sociale identica da generazione in generazione, che, mutati i colori, è sempre interessata alla conservazione di poteri e privilegi più o meno lauti storicamente consolidati, formalmente diversi da quelli che nel Medioevo si definivano prebende.
Pensare che questo fenomeno possa accadere in America è pura follia. I più ricchi del mondo Bill Gates (52 anni) e l'ultrasettantenne Warren Buffett (entrambi figli di operai, oggi al 1° e 2° posto nella particolare classifica dell'opulenza) neppure si sognerebbero di fare simili scelte, ovvero schierarsi nell'agone politico. Nella cultura anglosassone la ricchezza che partecipasse alla politica in un sistema democratico, al di là dei meriti personali, consegnerebbe il potere nelle mani della plutocrazia, anticamera di un regime oligarchico, eufemisticamente illiberale. La politica spetta ad altri, mai come mestiere, opportunità o compromesso, ma sempre come servizio che è dovere civico e morale, nell'osservanza della deontologia civile propria del politico, obiettivamente amante della sua terra, della sua città, della sua gente. È stato ribadito decine di volte, ma chi è sordo non ascolterà mai, chi è disonesto difficilmente allontanerà le mani dalla "marmellata", chi è ignorante non potrà comprendere questi valori anche se cattolico praticante. La conversione è un miracolo e probabilmente non è più tempo per la santità. Il Padreterno, rammaricato degli esiti della sua creazione, si è pure stancato o annoiato. Anche la sua pazienza non è affatto infinita.
I due americani straordinariamente baciati dalla sorte hanno da tempo compreso che il denaro non è poi tutto nella vita né tanto meno è da considerare lo sterco del diavolo. Anzi, i loro figli privati di smisurate ricchezze certo non patiranno la fame. Gates guiderà la fondazione di aiuti umanitari cui ha già destinato e trasferito gran parte del suo patrimonio (oltre 29 miliardi di dollari). Buffett, in risposta, ha deciso di conferire l'80 % della sua fortuna personale (37 miliardi di dollari) alla fondazione di Gates che si occuperà di soccorrere le regioni più sventurate dell'ecumene, quelle sacche di popolazione del terzo mondo, che il computer e la borsa non sono riusciti finora a redimere e a salvare dalla vergogna, dalle miserie e dalle epidemie. Questa nuova realtà mondiale, un colosso economico "no profit" che provvederà alla solidarietà degli ultimi e dimenticati, avrà modo di contare su un totale di ben 66 miliardi di dollari (132 mila miliardi di lire!), una cifra astronomica di cui potrà spendere annualmente cinque volte più dell'Unesco, molto più di quanto il Congresso americano destina alla cooperazione internazionale di aiuti umanitari. Non si parli dell'Italia, il cui apporto nel settore movimenta e stanzia una modesta somma: appena 350 milioni di dollari l'anno! Mentre il capitalismo anglosassone offre esempi talmente filantropici e non lesina ogni sforzo nel sorreggere l'economia persino internazionale, alcuni nostri compatrioti, pur essi fortunati e facoltosi, tacciono e rischiano di perdere il tempo a fabbricare solo sogni effimeri e clamorose illusioni o ad erigere virtuali mausolei di se stessi, per ingolfarsi nel bieco, odioso teatrino della politica.
Da noi non mancano i benestanti terrorizzati dal fantasma del fisco, non mancano imprenditori meritevoli di essere celebrati per il loro impegno civile e sociale, ma non si capisce poi come ad un certo punto taluni si sentano attratti anima e corpo da smaliziate sirene, incantati e catturati dal miraggio delle poltrone sino a trascurare i sovrumani impegni quotidiani, finendo per restare irretiti da opportunità più allettanti, ma prigionieri di calcoli infimi e materiali. È indubbiamente singolare la malìa della politica, che è arte nobile, né a tutti è palese per quali fini reconditi all'improvviso si trova chi si ostina ad avventurarsi in ben altra intrapresa, anche se, nonostante tutto, le finanze sono destinate invero a crescere in misura esponenziale.
Succede però che, invischiati nei gangli del congegno artificioso di aspre diatribe tra gruppi di potere, schieramenti, correnti di partito, dove si cela la trappola del machiavellismo, dell'inganno e del compromesso, taluni manifestano la propria intolleranza verso le Istituzioni quasi fosse un'azienda di famiglia la macchina da governare, altri non sanno mistificare indole e cultura e, nella difficoltà del dialogo o del confronto politico, che è sempre civile scontro di opposte ideologie miranti in ogni modo a realizzare differenti progetti di società, tradiscono la loro fatica di convivere con chi non condivide le loro tesi, idee, progettualità. "Chi non è con me è contro di me. E se io sono il bene e tu il male, soltanto io rappresento la verità assoluta."
Non è dogma, è manicheismo di un pensiero autoritario. Nasce una strana categoria, gli avversari politici, non tanto da combattere o contrastare con ogni mezzo, quanto da eliminare ovunque essi si annidino: nei mass-media, nella scuola, nel mondo del lavoro, nella finanza, nello spettacolo. A morte quindi l'informazione, la cultura, la satira, il libero pensiero e con esso gli oppositori bolscevichi e sovversivi, faziosi e traditori della patria. Tutti indegni, tutti "coglioni". Ma risultano poi essere milioni, decine di milioni, tutti da esiliare, per non dire cacciare a calci nel sedere. E, stando così le cose, pare proprio che nelle alte sfere non si conosca affatto il celebre principio razionale di Voltaire. Nessuno dei potenti sarà mai consapevole che ci possa essere almeno uno a pensarla in modo diverso e pertanto nessuno di loro darebbe la vita perché l'altro, dissenziente, avesse la possibilità di esprimere liberamente la propria opinione!
E c'è pure chi, animato da estremo furore dialettico e da buoni propositi mescolati d'apparenza come fumo negli occhi, si compiace di vedersi realizzato nell'arroganza di un delirio di onnipotenza ormai datato, appartenente all'epoca dell'ancient régime, antecedente alla rivoluzione francese, allorché il re presumeva di essere e rappresentare proprio tutto ("lo Stato sono io").
Nella presunzione del potere personale e assoluto un simpatico, sorridente personaggio, osannato dal suo pubblico delirante, ha osato persino dichiarare (aprile 2006): "Questa sinistra vorrebbe che i figli dei professionisti fossero uguali ai figli degli operai!!!". Resta inspiegabile la sua preoccupazione, s'ignora la sua paura in una società ormai post-moderna con tante pagine amare e tristi alle spalle, né si comprende perché mai non abbia rovesciato il suo pensiero! O forse, in un lapsus freudiano, voleva intendere che non sarebbe giusto né tanto meno democratico che i figli degli operai fossero uguali ai figli dei professionisti?!? Solo che, comunque la si giri, sembra davvero la stessa frittata ribaltata. Mai frase irrazionale e inqualificabile come questa!
Esiste altro parametro paradigmatico comparabile a tale assurda stravaganza verbale? Non solo è una pessima caduta di stile ma è anzitutto il massimo dei paradossi dialettici, il più grave e sconsiderato che si potesse immaginare in un paese democratico. Una simile sconcertante esternazione tradisce non si sa quale oscuro subconscio al di là di ogni disegno o segreta intenzione. Ma una gaffe così gravemente infelice, insieme impudente e imprudente, gravida d'odio e di livore, negli Usa di Bill Gates, paese liberale anche con la destra repubblicana e imperialista di Bush, non sarebbe stata consentita né lasciata passar liscia. Da noi probabilmente è da rifondare la politica, non solo la formazione come educazione civica e la militanza come impegno responsabile, ma persino l'organizzazione, la struttura e la trasparenza dei partiti. Perché, se, compromessi i valori fondanti da tempo in crisi, è oggi utopico il progetto di Stato ideale e perfetto, come pensato e indagato da Platone, neppure è auspicabile rassegnarsi all'idea di un modello di Stato fondato su un'improvvisata cultura della cosa pubblica, che aprirebbe facilmente la strada alle forze occulte e rovinose dell'anti-Politica e dell'anti-Stato.
Quella espressione, enunciata dalla personificazione della ricchezza "prestata" alla politica, confesso, mi ha profondamente turbato e offeso, tanto più in quanto non è seguita alcuna ritrattazione né dichiarazione di pentimento o di scuse.
Sono errori da non commettere mai perché privi di alcuna giustificazione, specie in un paese che si definisce normale e civile e perfino nell'Europa cristiana, la cui civiltà nessuno, tanto meno tra politici e governanti, si può più azzardare a definire superiore ad altre. L'identità di un popolo nei valori religiosi rischia non solo di sfociare nell'integralismo teocratico fanatico e intransigente ma anche di esasperare i rapporti civili all'interno e all'esterno di uno Stato sino a scatenare uno scontro ideologico, una guerra tra civiltà che proprio nell'identità storica e confessionale trovano il fondamento nazionalistico e la piena giustificazione interpretata come riscatto sociale.
Una serie eclatante di tali sviste di natura politica e storica costituisce in sintesi la suprema lezione di democrazia che ci viene propinata e insegnata dall'alto, quella democrazia che tutto sommato, dopo la guerra con armi sofisticate, l'occupazione, le rovine e le stragi, si vorrebbe esportare nei Paesi del Sud del mondo, Iraq compreso.
È un'area geo-politica estremamente delicata, dove l'unica ricchezza è il petrolio e il maggiore dei problemi politici è tutt'oggi l'irrisolta questione israelo-palestinese, un vulcano in continua attività eruttiva che non conosce limiti e confini nella distruzione di uomini e cose, in una reciproca spirale di violenza gratuita e di morte (guerra-terrorismo-guerra? tra due partiti che si richiamano a Dio). L'umanità è in attesa di una soluzione. La paura è sempre dietro l'angolo, seppure in altri paralleli. A quando, dunque, la risposta definitiva di chi ha la responsabilità dei destini del nostro avvenire? E, mentre Dio ancora una volta tace e pare assente o distratto, nessuno, esclama un angosciato Benedetto XVI, ha fatto il possibile per giungere alle orecchie di chi tesse il filo della storia. Qual è attualmente l'impegno concreto di politici e governanti, dei potenti e dei ricchi del nostro pianeta?
Chi governa ha anzitutto questo compito primario: la pace duratura tra gli uomini e tra le classi sociali, tra i popoli e tra le nazioni, nel rispetto di culture e civiltà diverse, perseguendo la politica della solidarietà e tolleranza, con le sole armi dell'amore e della verità, nella giustizia e nella libertà.

Gino SCHIROSI